Biomasse

BIOMASSE

Per biomassa si intende l’insieme delle coltivazioni, degli scarti agricoli e forestali, dei biocarburanti e dei biogas utilizzati a scopi energetici.

Con il termine biomassa si intendono in particolare sostanze di origine biologica in forma non fossile: materiali e residui di origine agricola e forestale, prodotti secondari e scarti dell’industria agro alimentare, i reflui di origine zootecnica, ma anche i rifiuti urbani (in cui la frazione organica raggiunge mediamente il 40% in peso), le alghe e molte specie vegetali utilizzate per la depurazione di liquami organici.

Tramite il processo di fotosintesi clorofilliana i vegetali utilizzano l’apporto energetico dell’irraggiamento solare per convertire l’anidride carbonica atmosferica e l’acqua nelle complesse molecole di cui sono costituiti o che compaiono nei loro processi vitali: carboidrati, lignina, proteine, lipidi, oltre a un numero praticamente illimitato di prodotti secondari di ogni tipo.

Le biomasse si possono considerare risorse primarie rinnovabili e, quindi, inesauribili nel tempo, purché vengano impiegate ad un ritmo complessivamente non superiore alle capacità di rinnovamento biologico; in realtà esse non sono illimitate quantitativamente, ma per ogni specie vegetale utilizzata la disponibilità trova un tetto nella superficie ad essa destinata, nonché in vincoli climatici ed ambientali che tendono a limitare in ogni regione le specie che vi possono crescere con convenienza ed economia.

A che servono e come impiegare le biomasse

La biomassa è intesa come la più antica e durevole forma di energia impiegata nelle attività umane; negli Stati Uniti ancora nel secolo scorso oltre il 91% dei fabbisogni energetici nazionali era coperto da biomasse legnose.

Tale impiego “storico” non rappresenta tuttavia che una parte delle occasioni di utilizzo e sviluppo di tale risorsa: illustriamo brevemente le principali applicazioni della biomassa in campo industriale.

1. digestione anaerobica

La digestione anaerobica è un processo di conversione di tipo biochimico che avviene in assenza di ossigeno, consistente nella demolizione, ad opera di microrganismi, di sostanze organiche complesse (lipidi, protidi, glucidi) contenute nei vegetali e nei sottoprodotti di origine animale, e che produce un gas (biogas) costituito per il 50÷70% da metano e per la restante parte soprattutto da CO

Il biogas così prodotto viene raccolto, essiccato, compresso ed immagazzinato e può essere utilizzato come combustibile per alimentare lo stesso processo di bioconversione, ovvero veicoli a gas o caldaie a gas per produrre calore e/o energia elettrica.

Al termine del processo di fermentazione si conservano integri nell’effluente i principali elementi nutritivi (azoto, fosforo, potassio) già presenti nella materia prima, favorendo la mineralizzazione dell’azoto organico; l’effluente risulta in tal modo un ottimo fertilizzante nel quale l’azoto è in forma direttamente assimilabile dalle piante.

Gli impianti a digestione anaerobica possono essere alimentati mediante residui ad alto contenuto di umidità, quali deiezioni animali, reflui civili, rifiuti alimentari e frazione organica dei rifiuti solidi urbani; da ciò si deduce che, oltre al biogas come prodotto e al fertilizzante come effluente, tali impianti offrono vantaggi in termini di gestione e smaltimento dei rifiuti, permettendo di eliminare dalle discariche i rifiuti organici, potenzialmente pericolosi a causa delle emissioni liquide e gassose, in aria e acqua e nel suolo, che producono durante la loro decomposizione.

Inoltre, anche in discariche attrezzate per la raccolta del biogas sviluppato, solo il 30÷40% del gas generato può essere raccolto, mentre la rimanente parte viene dispersa in atmosfera: poiché il metano, di cui è in gran parte costituito il biogas, è considerato un gas serra con un effetto circa 20 volte superiore a quello della CO

2. fermentazione alcolica – biocombustibili

La fermentazione alcolica è un processo, di tipo micro-aerofilo, di trasformazione dei glucidi contenuti nelle produzioni vegetali in bioetanolo e biodiesel.

Il bioetanolo viene prodotto tramite processi di fermentazione e distillazione di materiali zuccherini o amidacei; la destinazione più considerata è il suo utilizzo nella sintesi dell’ETBE (EtilTertioButilEtere), usato in miscela alle benzine come additivo ossigenato ed antidetonante in sostituzione del piombo tetraetile o degli idrocarburi aromatici.

Il biodiesel deriva dalla transesterificazione degli oli vegetali (soia, colza e girasole) effettuata con alcol metilico ed etilico: ne deriva un combustibile simile al gasolio, utilizzabile sia puro, sia in miscela con il gasolio stesso.

Tali sostanze risultano un prodotto utilizzabile anche nei motori a combustione interna, ed ha conosciuto una crescente applicazione in tal senso a partire dalla metà degli anni ’70, per la recessiva crisi petrolifera, con l’intento di costituire una valida alternativa ai carburanti di tipo tradizionale.

Il particolare interesse verso la filiera dei biocombustibili è anche collegato alla necessità di individuare soluzioni praticabili per il contenimento dell’inquinamento, soprattutto nelle grandi città, causato dai combustibili fossili usati per i trasporti.

Il traffico stradale è infatti responsabile per il 93% delle emissioni di CO, il 60% di quelle di NOx e HC, il 12% di CO

- sono di origine vegetale e quindi non contribuiscono all’emissione di CO

- non contengono zolfo;

- contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di CO e di composti incombusti;

- evitano l’emissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili;

- sono totalmente biodegradabili.

In Italia si consumano 16 milioni di tonnellate di benzina l’anno: considerando una miscelazione del 10% alla benzina, l’ETBE potrebbe raggiungere un

mercato potenziale di 1,6 Mtep/anno equivalenti a circa 0,8 Mtep/anno di alcol etilico, che corrispondono a circa 0,50 Mtep sostituiti (potere calorifico inferiore dell’alcol etilico di 6.500 kcal/kg). Attualmente in Italia vi è un solo impianto di produzione di ETBE a Ravenna della capacità di 90.000 t/anno.

Dalla produzione di metilestere si ottengono inoltre due coprodotti principali: farine e glicerina; le prime, ricche di proteine, derivano dal processo di estrazione dell’olio dai semi mediante triturazione e possono essere impiegate nell’alimentazione del bestiame con vantaggio indotto per il settore zootecnico. La glicerina, coprodotto dell’industria chimica, si forma durante il processo di transesterificazione in quantità pari al 10% in peso dell’estere prodotto.

3. digestione aerobica

Tale processo consiste nella metabolizzazione delle sostanze organiche ad opera di microrganismi, il cui sviluppo è condizionato dalla presenza di ossigeno.

Questi batteri convertono sostanze complesse in altre più semplici, liberando CO

4. gassificazione

Essa consiste nell’ossidazione incompleta di una sostanza in ambiente ad elevata temperatura (800÷900 °C) per la produzione di un gas combustibile (gas di gasogeno) di basso potere calorifico inferiore, variabile tra i 4000 kJ/Nm³ (gassificatori ad aria) e i 14000 kJ/Nm³ nel caso di gassificatori ad ossigeno, meno diffusi.

I problemi connessi a questa tecnologia ancora sperimentale si incontrano a valle del processo, per il basso potere calorifico e per le impurità presenti nel gas (polveri, catrami e metalli pesanti). Al pari di altri impianti che trattano gas nocivi, in fase di progettazione vanno considerati e opportunamente risolti i problemi connessi alla sicurezza impiantistica.

Inoltre, i gassificatori richiedono una caratterizzazione della biomassa estremamente precisa in termini di qualità, pezzatura ed umidità relativa, con

notevoli aumenti dei costi di preparazione del combustibile rispetto ad altri impieghi della materia prima.

I gas possono essere utilizzati per la produzione di calore in normali boiler o per alimentare direttamente motori alternativi o turbine a gas; possono inoltre essere sintetizzati per la produzione di biocombustibili, trasformando il gas di gasogeno in alcool metilico o metanolo.

5. pirolisi

La pirolisi è un processo di decomposizione termochimica dei materiali organici, ottenuto mediante l’applicazione di calore, a temperature comprese tra 400 e 800°C, in completa assenza di un agente ossidante, oppure con una ridottissima quantità di ossigeno.

I prodotti della pirolisi sono gassosi, liquidi o solidi, in proporzioni che dipendono che dipendono dai metodi di pirolisi (lenta, veloce o convenzionale) e dai parametri di reazione.

La produzione dell’olio da pirolisi veloce rappresenta la tecnologia maggiormente adottata, in considerazione dei vantaggi presenti in tutte le fasi di trattamento, trasporto e stoccaggio.

Molti aspetti del processo sono tuttavia ancora empirici, e rendono tali prodotti poco adatti alla produzione di energia con applicazioni con motori diesel; in prospettiva, anche con riferimento alle taglie di impianto, i cicli combinati ad olio pirolitico appaiono più promettenti, soprattutto in grandi impianti.

6. impieghi energetici

Le applicazioni numericamente più diffuse nell’uso delle biomasse si rinvengono nel loro impiego come combustibile per la generazione di energia elettrica e termica.

La combustione di prodotti e residui agricoli si attua con buoni rendimenti se si utilizzano sostanze ricche di cellulosa e lignina e con contenuti di acqua inferiori al 35%: legname, paglie di cereali, residui di raccolta di legumi secchi, di piante oleaginose (ricino, catramo), e di piante da fibra tessile (cotone, canapa) sono tra quelli più idonei allo scopo, al pari dei residui legnosi di potature di piante ed i residui dell’industria agroalimentare.

I sistemi di combustione possono essere suddivisi in caldaie a griglia e caldaie a letto fluido; le prime sono le più diffuse e godono di notevoli vantaggi in termini di semplicità, economicità ed affidabilità di funzionamento , possono essere alimentate con biomasse di diversa tipologia e con diversa umidità e presentano rendimenti accettabili (70-80%) se alimentati in eccesso d’aria. Le caldaie a letto fluido rappresentano una tecnologia più sofisticata e dispendiosa, ma ricevono attenzioni crescenti per la possibilità di migliorare la qualità della combustione e conseguire tra i vantaggi il controllo e la riduzione degli inquinanti.

Rispetto agli altri tipi di energia, la biomassa energetica ha una particolarità: va prodotta. I combustibili fossili, ma anche le fonti rinnovabili (energia solare, geotermica, eolica, moto ondoso), sono risorse che l’uomo sfrutta passivamente, rinvenendole sul territorio laddove esse si manifestano, ed intervenendo solo nella loro manipolazione.

Lo sfruttamento delle biomasse avviene invece con volontà e consapevolezza, essendo unicamente l’uomo a determinare qualità, quantità e durata del giacimento di energia da impiegare.

Avere la possibilità di innescare il processo ed essere i diretti artefici e responsabili della produzione di energia può avere sull’uomo un positivo effetto di sensibilizzazione: a livello socioeconomico queste energie rinnovabili sono uno stimolo per l’economia rurale su base locale, contribuendo al suo sviluppo e creando posti di lavoro “puliti”.

L’uso delle biomasse come combustibile ha anche dei notevoli risvolti ambientali: a differenza delle fonti energetiche fossili (molto inquinanti), la biomassa non incrementa il contenuto di CO

Oltre a ciò la loro utilizzazione rappresenta spesso una buona soluzione a problemi di eliminazione di rifiuti, specie se solidi.

Tale risorsa soddisfa il 14% del totale fabbisogno energetico sul nostro pianeta e, come le altre rinnovabili, è oggetto di sviluppo per limitare l’emissione dei gas-serra (triplicare l’uso di bionergia negli Usa equivale a ridurre le emissioni di gas dell’effetto serra di oltre 100 milioni di tonnellate l’anno o a togliere dalla circolazione 70 milioni di automobili), ridurre i consumi di fonti fossili e diversificare la provenienza geopolitica delle risorse, facendo assumere alle fonti rinnovabili il ruolo di risorsa energetica locale.

Le colture energetiche

Le colture energetiche sono particolari coltivazioni finalizzate alla produzione di biocombustibile (solido, liquido e gassoso) ed allo sviluppo di produzioni vegetali con caratteristiche che le rendano adatte alla trasformazione energetica e industriale.

Le ricerche agronomiche mirano alla valutazione ed all’ottimizzazione delle potenzialità energetiche di diverse specie di piante (arboree ed erbacee), individuando le specie colturali con un favorevole bilancio energetico, caratterizzate cioè da alta efficienza fotosintetica e limitata necessità di pratiche agronomiche (lavorazioni del terreno, concimazioni, irrigazioni).

In tale ambito sono state rivalutate alcune colture prima considerate infestanti, come il cardo, la ginestra, la robinia, in grado di crescere in condizioni estreme, in terreni aridi ed improduttivi, e colture tipiche della fascia subtropicale, come il sorgo zuccherino.

L’evoluzione delle tecnologie di meccanica agraria per la raccolta lo stoccaggio e il trasporto all’industria di trasformazione ha portato alla realizzazione di sistemi che offrono un prodotto con caratteristiche uniformi e risolvono i principali problemi delle colture zuccherine e di quelle che producono biomassa con umidità superiore al 25÷30%.

Da un lato sono state sviluppate tecniche di disidratazione della biomassa nel campo o in cumuli coperti a seconda del periodo di raccolta, dall’altro sono state realizzate macchine specifiche, ad esempio per la raccolta della canna intera del sorgo zuccherino, onde consentirne lo stoccaggio fino a 30 giorni ed evitarne le perdite di zuccheri.

L’utilizzazione energetica di biomassa agricola e forestale in senso moderno trova oggi la sua limitazione più grande nel costo di produzione della materia prima: questa infatti incide sul costo di produzione finale dell’energia in misura preponderante rispetto ai costi della trasformazione industriale. I processi di trasformazione, fra l’altro, hanno conosciuto una notevole innovazione tecnologica che ne ha già ridotto i costi a livelli difficilmente superabili.

Per abbassare i costi di produzione della biomassa agricola e forestale sembra necessario agire sulla massimizzazione delle produzioni per unità di superficie e di tempo, considerato che la riduzione dei costi unitari appare alquanto problematica e comunque poco promettente.

Considerando che al 40° N di latitudine ogni ettaro riceve annualmente circa 1,47×1013 calorie (pari a circa 1700 kWh/m2) di radiazione totale (TER = Total Energy Radiation), il 43 % della quale fotosinteticamente attiva (PAR = Photosynthetically Active Radiation), e che il potere calorifico della biomassa secca è di circa 4000 kcal/kg, la produzione teorica di biomassa dovrebbe ammontare a circa 250 tonnellate di sostanza secca per ettaro. In realtà questa produzione non è stata mai raggiunta con nessuna specie nemmeno in prove sperimentali. Infatti bisogna tenere conto che le colture non utilizzano la radiazione incidente nello stesso modo lungo tutto l’anno, che la biomassa raccolta è al netto di quella consumata dalla respirazione, che le foglie si aduggiano a vicenda, che la disponibilità di acqua nel terreno, l’umidità e la temperatura atmosferica non sono sempre ottimali. I limiti massimi di produzione sono quindi valutabili intorno al 30% della produzione teorica. Si considera infatti che la produzione massima ottenibile in Italia si aggiri intorno alle 60 t/ha.

Tale produzione massima è stata raggiunta in prove parcellari di pochi m

E’ quindi ipotizzabile che la produzione unitaria possa essere facilmente moltiplicata di un fattore due o tre mediante interventi genetici senza aumentare proporzionalmente i costi di produzione, con diminuzione dell’uso di fitofarmaci e dei costi della bioenergia.

SRF : dalla pianta all’energia

Le Short Rotation Forestry SRF sono coltivazioni legnose a turno di taglio breve (2-5 anni), caratterizzate da crescita molto rapida ed una notevole produzione di biomassa, tanto maggiore quanto più i cicli di crescita sono rapidi e l’impianto denso.

Le specie ritenute più adatte per le coltivazioni di SRF in Italia ed attualmente allo studio sono pioppo, salice, robinia ed eucalipto.

Altre specie vegetali (non arboree come le SRF, ma erbacee) che ben si prestano alla produzione di energia sono il mischantus, la ginestra e la canna comune.

La scelta delle piante utilizzate è di fondamentale importanza anche per la conversione di energia; a seconda della specie, dell’età e della zona di provenienza cambiano infatti alcuni fattori, quali densità, presenza di resine ed antiossidanti, umidità, spessore della corteccia, potere calorifico, determinanti per il buon esito della combustione.

Queste coltivazioni, in sostituzione di colture intensive, hanno un impatto positivo sulla qualità del territorio, in quanto necessitano di un minor uso di fertilizzanti e pesticidi; inoltre non richiedono un massiccio utilizzo di macchinari agricoli.

Prima di dare avvio alla coltivazione di biomassa ed alla costruzione dell’impianto (per produrre calore, energia elettrica o entrambi), si analizzano tutte le fasi del processo produttivo: assestamento forestale, taglio del bosco, produzione del cippato, trasporto, stoccaggio, distribuzione del calore, smaltimento delle ceneri.

Il sito da destinare alla coltivazione deve essere possibilmente collegato alla rete stradale e situato vicino ad un impianto di trattamento, per ridurre al minimo i costi di trasporto.

Si prepara il terreno mediante aratura, dopo di che si passa alla fase di impianto della coltivazione, la cui densità deve essere di circa 10.000 piante per ettaro (1 pianta / 1 m²), avendo cura di scegliere in modo appropriato le specie coltivabili, in funzione del terreno e del clima.

A sviluppo ottimale completato, si procede al taglio ed alla raccolta; il materiale viene poi sminuzzato in pezzi di uguali dimensioni, per ottenere un combustibile omogeneo ed assicurarsi una elevata qualità della combustione (una buona combustione limita la produzione di inquinanti ed aumenta il rendimento).

Il trasporto agli impianti di conversione (in energia) incide sui costi di produzione; siccome l’impianto utilizza materiale proveniente da diverse piantagioni, è fondamentale per l’economia totale che esso venga posto in posizione baricentrica, sia rispetto ai luoghi di produzione del cippato che in relazione ai centri di consumo dell’energia (termica).

A destinazione il materiale viene stoccato in attesa della trasformazione; lo stoccaggio è un’operazione necessaria, perché consente di avere biomassa, cioè combustibile, durante l’intero arco dell’anno.

La conservazione del cippato è possibile solo se il legno ha raggiunto una certa essiccazione, che limita l’azione dei batteri e dei funghi, responsabili del deterioramento del prodotto.

Le ceneri prodotte dalla combustione possono poi essere utilizzate come concime, distribuendole sui terreni in cui si coltivano le SRF, oppure impiegate nell’industria dei laterizi per la produzione di mattoni.

Per massimizzare il rendimento dell’impianto occorre dimensionarlo correttamente e farlo funzionare costantemente, rifornendolo con continuità di una sufficiente quantità di biomasse da trasformare, operando il coordinamento tra i produttori.

Dopo prodotta l’energia deve essere distribuita agli utilizzatori; se energia termica (vapore o acqua calda), viene incanalata in una rete di teleriscaldamento ed avrà una utenza locale, se energia elettrica, può essere trasportata più facilmente ed utilizzata anche in luoghi lontani.

Si noti che entrambi tali beni comportano costi per la loro distribuzione, esattamente come avviene per un qualsiasi prodotto dell’industria.

La coltivazione di SRF può introdurre una modifica al territorio: essa deve essere pianificata in rapporto all’ambiente ed alle funzioni preesistenti; le colture energetiche devono perciò essere progettate valutando i vantaggi economici e produttivi, ma ancor di più gli effetti sociali ed ambientali.

I benefici ottenibili inserendo coltivazioni di SRF all’interno del territorio aumentano notevolmente nel caso in cui queste piantagioni non abbiano come unico fine la produzione di energia.

Organizzazione della filiera biomassa

Gli impianti a biomasse – siano essi per la produzione di elettricità, calore o biocombustibili – necessitano che siano contestualmente soddisfatte diverse condizioni: produzione di materia prima, raccolta, trasferimento, trattamento eventuale, stoccaggio, impianto di combustione idoneo, possibilità di connessione alla rete elettrica e/o del calore. In Italia, non sempre è facile realizzare tutte e contemporaneamente queste condizioni, in particolare quelle relative alla produzione e raccolta della materia prima.

Si stima che il contenuto energetico dei soli residui agricoli e forestali, residui agro-industriali, rifiuti organici e reflui zootecnici annualmente prodotti in Italia sia dell’ordine di 20 – 25 Mtep.

In realtà, pur considerando che l’uso energetico dei residui e dei rifiuti contribuisce ad attenuare i problemi connessi al loro smaltimento, il potenziale effettivamente sfruttabile è inferiore. Le biomasse, infatti, sono in buona parte costituite da materiali dispersi sul territorio ed a bassa densità energetica, provenienti dal contesto agricolo italiano caratterizzato, come è noto, da aziende piccole (estese su pochi ettari) e da una proprietà non sufficientemente motivata ad associarsi per intraprendere forme innovative di impresa quale può essere l’Energy Farm o la semplice vendita dei residui colturali come combustibile; a fronte dell’esigenza di disporre di alcune centinaia di ettari per ogni MW di potenza elettrica alimentata a biomassa. Le competenze, ancora una volta, sono distribuite tra molti attori.

Tali residui, allo stato attuale, sono smaltiti in gran parte attraverso la combustione in campo. L’abolizione di tale pratica, tuttora vigente in Italia, ha reso possibile, in altri paesi europei quali la Danimarca e l’Austria, l’impiego sistematico dei residui per impianti di cogenerazione o di teleriscaldamento, con vantaggio per l’ambiente e per tutti gli attori dell’iniziativa.

I problemi che si incontrano quando si intende utilizzare biomasse residuali agricole sono minori nel caso che le biomasse siano derivate, invece, da

processi di trasformazione agro-industriale (noccioli, sanse esauste, segatura, ecc.) in quanto queste, per loro natura, si trovano già concentrate in siti industriali, costituendo un rifiuto da smaltire onerosamente oppure un combustibile da valorizzare. Questa classe di biomasse, per accessibilità e consistenza, è candidata ad essere impiegata elettivamente per la produzione di energia.

Tenuto conto quindi:

- del diverso grado di accessibilità delle varie forme di biomasse già presenti sul territorio;

- della possibilità di impiegare territori eccedentari e marginali (3 milioni di ettari) per coltivazioni energetiche ed industriali;

- del potenziale rappresentato dai boschi cedui, per loro natura destinabili principalmente all’uso energetico, o ai residui della loro conversione in alto-fusto;

- del contributo derivante dalla captazione e dall’impiego del metano prodotto dalle discariche;

si può ritenere possibile l’installazione al 2008-2012 di impianti per la produzione di elettricità per complessivi 2300 MW, realizzati con la progressione temporale riportata in tabella II.

L’ipotesi di progressione tiene conto, sia dell’impulso iniziale derivante dalla realizzazione dei già citati progetti inclusi nelle prime sei graduatorie del Cip 6/92, sia del livello di interesse degli operatori – riscontrabile nelle ulteriori iniziative incluse nelle graduatorie fino alla nona del medesimo provvedimento Cip 6/92 – sia, infine, dell’attesa efficacia delle politiche di sostegno comunitarie e nazionali.

Cenni sul biogas

Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, un contributo significativo proviene attualmente dagli impianti di captazione e di utilizzo del biogas (50% metano, 50% CO2) prodotto dalla fermentazione anaerobica della frazione organica dei rifiuti conferiti in discarica.

Una spinta alla realizzazione di questi impianti è stata generata dal provvedimento Cip 6/92 sulla base del quale sono stati autorizzati impianti per circa 100 MW.

Il decreto legislativo 22/97 sui rifiuti si basa sulla raccolta differenziata e dà la possibilità di produrre combustibile derivato dai rifiuti, mentre il ricorso alla discarica è previsto solo per le sostanze inerti o inertizzate. Tuttavia, già lo sfruttamento del biogas prodotto dalle discariche attuali rappresenta comunque una significativa opportunità energetica e ambientale Allo stato attuale, considerando che il biogas viene prodotto nella misura teorica di 200 m3/t di rifiuto e che il processo si compie in 20 anni, velocemente all’inizio e lentamente alla fine, la potenzialità teorica complessiva lorda di tutte le discariche italiane sfiorerebbe i 1000 MW. In realtà solo una frazione di questa, valutabile in circa il 30%, può essere utilizzata per fini energetici sia per le inevitabili dispersioni di biogas che per la non economicità ad estrarre biogas per fini energetici nei periodi finali. Poiché gran parte di questa potenzialità è concentrata in discariche medie e grandi, appare realizzabile un obiettivo di ulteriori 200-300 MW al 2008-2012.

Al 2002, la produzione di elettricità da biomassa e biogas, grazie soprattutto alle iniziative incluse nelle prime sei graduatorie del provvedimento Cip 6/92, dovrebbero consentire di giungere entro il 2002 ad una potenza complessiva pari a circa 400 MW.

2, avente un potere calorifico dell’ordine dei 23.000 kJ/Nm³. 2, le emissioni in atmosfera di biogas non sono desiderabili; quando invece la decomposizione dei rifiuti organici è ottenuta mediante appositi digestori chiusi, tutto il gas prodotto viene raccolto per essere usato come combustibile. 2; i biocombustibili, di contro: 2 nell’atmosfera; 2 e H2O e producendo un elevato riscaldamento del substrato, proporzionale alla loro attività metabolica; il calore rappresenta il prodotto utilizzabile da detto processo e può essere così trasferito all’esterno, mediante scambiatori a fluido. 2 nell’atmosfera: la quantità di CO2 emessa durante il processo di combustione è infatti pari a quello che la pianta aveva assorbito durante il suo ciclo vitale; impiegando le biomasse, dunque, la quantità globale di carbonio atmosferico non aumenta, salvo quella (modesta) emessa per la movimentazione dei macchinari utilizzati nelle fasi di raccolta e trasporto. 2. La produzione oggi ottenibile in coltura di pieno campo è di solito quantificabile, al più, in 15-20 t/ha.

One Response

  1. Biomasse | Il Portale del Fotovoltaico e dei Pannelli Solari ……

    [...]L’uso delle biomasse come combustibile ha anche dei notevoli risvolti ambientali: a differenza delle fonti energetiche fossili (molto inquinanti), la biomassa non incrementa il contenuto di CO … serra di oltre 100 milioni di tonnellate l’ anno…